La città dei bambini colorati

“C’era una volta la città dei bambini colorati”

“I bambini colorati?”

“Sì, rossi, bianchi, gialli, neri, caffellatte, rosa pallido etc.”

“E cosa facevano questi bambini? Erano malati? E i genitori?”

“I bambini facevano i bambini: giocavano; facevano  capricci; mangiavano, più cioccolata che broccoli; e crescevano. Nessuna malattia, e i genitori erano genitori felici dei loro bambini.

Dopo la pioggia si mettevano in fila e facevano l’arcobaleno.

Dicevo, c’era questa città che stava al centro del mondo e lì al centro arrivavano da tutti gli angoli della terra, perché c’era caldo ma non troppo caldo, c’era freddo ma non troppo freddo, c’erano i boschi, ma anche le pianure, c’erano le montagne ma anche il mare, c’era il lavoro ma anche lo svago, c’erano la cultura e i monumenti, ma anche i panorami e i tramonti sul mare, c’erano animali, piante e acqua. Soprattutto acqua, che quella non deve mai mancare, soprattutto quella dolce. Infatti i bambini erano colorati perché i genitori provenivano da terre diverse e avevano pelli diverse che mischiandosi diventavano ancora più diverse e diventavano tanto diverse che alla fine erano tutte uguali, perché se tutti sono diversi si finisce per essere uguali. Infatti ad essere colorati in realtà erano i genitori e non i bambini, solo che i genitori erano convinti di essere diversi e non colorati. Poi, quando hanno iniziato a unirsi tra persone di vari colori i bambini che nascevano erano diversi, di colore, dai genitori, perché chi conosce i colori lo sa, che se al marrone scuro aggiungi il bianco, verrà un marroncino più chiaro e il rosso col bianco danno un altro colore e il rosso col nero idem e così via. Quindi, i genitori colorati, che si credevano diversi, unendosi hanno dato vita a bambini diversamente colorati (da loro) che si sentivano uguali.

Che poi se proprio vogliamo dire le cose per come stanno, i colori in natura nemmeno esistono, sono un’invenzione della mente, dipende tutto dalla riflessione della luce.”

“La luce riflette? Anche io rifletto. Quindi sono come la luce.”

“Tu sei la mia luce. La luce riflette sugli oggetti e dice: ok, il limone lo faccio giallo, il pomodoro rosso e il cielo blu, ma non sempre, a quello ogni tanto gli cambio colore. Cioè, la luce riflette sulle cose e la nostra mente dà il colore a quelle riflessioni.”

“Non ho capito molto bene: ci rifletto un attimo!”

“Di notte non vediamo i colori, perché senza luce non c’è nessuna riflessione.”

“Anche perché la notte dormo, mica rifletto.”

“Esatto! Quindi, certe volte, si dovrebbe riflettere meno, prendendo la vita così, per come viene, per come è veramente. Sono i nostri occhi che, tramite il cervello, interpretano la capacità di riflessione della luce degli oggetti e creano i colori che vediamo, tutto per avere un mondo più bello. Sai che tristezza un mondo tutto in bianco e nero? Che poi il bianco e il nero non sono nemmeno colori.”

“Ma i bambini colorati?”

“Arcobaleni. Uno accanto all’altro. Bellissimi. E sai qual è la parte più bella della diversità? Che dietro ogni singola variazione c’è la capacità della natura e degli esseri viventi di adattarsi, di trovare la strada per esserci, per continuare ad esserci: la volontà di essere.”

“E che fine ha fatto quella città papà?”

“La stiamo costruendo, mattone dopo mattone.”

“Come, la stiamo costruendo?”

“Sì, e un mattone lo stiamo mettendo proprio adesso. Tieni, prendilo e costruisci sopra il tuo mondo, dove ogni cosa sia diversa dall’altra in modo che tutti siate uguali.”

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